Tutte le cose sono fatte di atomi

Gentile Presidente Matteo Renzi,

oggi è il giorno del suo incontro a San Francisco con gli imprenditori italiani della Silicon Valley.

Incontrerà persone eccezionali, che sapranno raccontarle al meglio la potenza della Silicon Valley e la sua incredibile capacità di anticipazione, innovazione e generazione di ricchezza.

Siamo sicure che si parlerà molto delle lezioni che l’Italia può trarre dalla Silicon Valley per favorire lo sviluppo di una vera cultura dell’innovazione, capace di generare una vera economia dell’innovazione. Siamo meno sicure, purtroppo, che si parlerà dei limiti della Silicon Valley, e di uno in particolare, da cui non si può prescindere se si vuole davvero parlare dell’impatto che l’innovazione deve avere sulla società intera.


Non ci sono donne, in Silicon Valley. O meglio, ce ne sono pochissime.


Solo il 2% del capitale investito ogni anno dai fondi di venture capital va a startup fondate da donne.


Solo il il 3% di aziende tech e solo l’1% di aziende high tech hanno donne tra le loro fondatrici.


Tra le prime cinquecento aziende degli Stati Uniti per fatturato, solo 21 sono guidate da donne.


Solo il 30% dei dipendenti di Google sono donne.


Solo 1 donna è nel top management team di Apple.


Non ci sono donne a guidare le conferenze più importanti della Silicon Valley.


Non ci sono donne nel top management team di Amazon.


Il posto che vanta di essere il laboratorio di ricerca più avanzato della società occidentale continua a escludere in modo sistematico le donne dai suoi ingranaggi più importanti.


Con alcune eccellenti eccezioni, certo. Ci sono investitori e acceleratori come 500startups di Dave McClure, che fanno dell’inclusione delle donne nel loro portfolio d’investimento una priorità.


Lo sappiamo benissimo noi che siamo state la prima startup italiana ad essere ammessa a 500startups con la nostra azienda.


Noi siamo un’eccezione. Ma le eccezioni non possono bastare a una società che voglia dirsi davvero moderna e democratica. Soprattutto non possono bastare a una società che voglia dirsi davvero competitiva.


Perché in quel 2% non c’è solo il perpetuarsi di discriminazioni che durano da secoli, c’è anche un’enorme opportunità economica sprecata.


Perché se la battaglia per l’innovazione, come le diranno tutti in Silicon Valley, si vince prima di tutto accaparrandosi i migliori talenti, allora è davvero assurdo escludere a priori dalla gara il talento di metà della popolazione.


Quello che noi abbiamo imparato più di ogni altra cosa in questi due anni in Silicon Valley è che il mantra dell’innovazione per l’innovazione non è di per sé garanzia né di una società meritocratica, né di una società migliore.


Per questo speriamo che coinvolgere attivamente le donne nella progettazione di ciò che vuol dire innovazione digitale in Italia sia una sua priorità. Non vorremmo mai ritrovarci tra quindici anni a dover parlare di quote rosa anche in questo campo.


Abbiamo una grande opportunità davanti: prendiamo solo il meglio dalla Silicon Valley, e riscriviamo completamente quello su cui ha fallito.


Vogliamo lanciare una sfida ardita, a Lei e al nuovo Digital Champion per l’Italia, Riccardo Luna. Forse è una sfida folle, ma d’altra parte non si va forse in Silicon Valley per imparare ad essere folli? Vorremmo che l’Italia avesse tra i suoi obiettivi per l’innovazione digitale quello di attrarre talento femminile da ogni Paese. Che diventasse un hub delle imprenditrici di tutto il mondo. Potremmo davvero essere pionieri in questo campo e innescare un circolo virtuoso con enormi benefici per il nostro Paese e per il sistema dell’innovazione a livello mondiale.


In Silicon Valley si dice “Lead, follow or get out of the way”, “guida, segui o togliti di mezzo”.


Noi sogniamo un’Italia alla guida di questa rivoluzione.


Elena Favilli e Francesca Cavallo


Pierre Omidyar ha presentato First Look Media, che partirà a breve. Se fanno anche solo la metà delle cose che promettono sarà la news organization più fica che c’è in giro.


First Look Media from First Look Media on Vimeo.

Va di moda di questi tempi invitare tutti a fare soltanto quello che piace. Do what you love, love what you do. Soprattutto quando si parla di lavoro, ancora di più se si parla di giovani e lavoro, l’enfasi è sempre sull’amore. Fai quello che ti piace, e sarà tutto a posto. Trova un lavoro che ti piace, e vivrai felice. Scolpito in migliaia di post-it, calamite, adesivi, magliette e tatuaggi, DWYL è a tutti gli effetti il mantra della nostra generazione. Steve Jobs lo disse chiaro nel suo stracitato discorso di Stanford del 2005:

You’ve got to find what you love. And that is as true for your work as it is for your lovers. Your work is going to fill a large part of your life, and the only way to be truly satisfied is to do what you believe is great work. And the only way to do great work is to love what you do.



Non era difficile credergli. Lui, che aveva creato Apple e che più di ogni altro ha incarnato nel nostro presente un’idea irresistibile di lavoro: ispirato, casual, di successo stratosferico. E infatti ci abbiamo creduto tutti. L’altro giorno, per dire, ero in un bellissimo museo di arte contemporanea e in uno dei bagni, sulla parete di fronte al water, c’era uno schermo con il video del discorso di Stanford in loop. Il cartello all’ingresso prometteva i 10 minuti più rivoluzionari che un cesso vi potrà mai dare.


È bello pensare che il lavoro sia qualcosa che non si fa solo per i soldi, e che anzi si fa soprattutto per essere felici. Ma cosa succede quando i soldi escono completamente dall’equazione, e del lavoro si inizia a parlare esclusivamente in funzione del suo valore estetico, narcisistico, individuale? Cosa succede quando del lavoro resta solo l’amore? Due cose. Una, insopportabile, che sarà successa anche a voi un sacco di volte. E un’altra, meno visibile, ma con conseguenze più nefaste.


La prima è che per chi offre un certo tipo di lavori, quelli all’interno di settori esteticamente e socialmente ambiti tipo moda, arte, media e design, diventa molto più facile offrire posizioni sottopagate o del tutto non retribuite in nome dell’amore. Ma come, fai il lavoro che ti piace e ti lamenti se ti chiedo di lavorare gratis a Natale? Ma ti rendi conto di quante persone pagherebbero per essere al tuo posto?


La seconda, più profonda, è che l’enfasi sui lavori creativi, delle elite, portano inevitabilmente in secondo piano tutti quei lavori – la maggioranza – che elite non sono ma che non per questo meritano di uscire dalla riflessione su che cos’è il lavoro e le sue condizioni oggi. Secondo il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, le due professioni per cui ci sarà più domanda nei prossimi vent’anni sono gli assistenti domestici e gli assistenti sanitari a domicilio, professioni che hanno stipendi medi annuali intorno ai 20mila dollari e che difficilmente vengono percepite come cool.


C’è poi una terza conseguenza a pensarci bene, tutta collegata alla moda del momento sulle startup, che della dottrina del Do What You Love sono la quintessenza. Molto spesso i giornali che scrivono di Timbuktu ne parlano come del caso di due ragazze sveglie che si sono inventate il lavoro dei loro sogni e ci chiedono di dare consigli a chi voglia fare la stessa cosa, dando per scontato che l’unica risposta alla mancanza di lavoro sia inventarsene uno.


Ecco, l’unico consiglio sensato che mi sento sempre di dare, è imparare a dire qualche no, a costo di sembrare presuntuosi. Ne guadagnerete in stima, forza e slancio. E avrete molte più probabilità di finire davvero a fare quello che vi piace, con o senza startup.


Oggi al telefono la nonna mi ha detto che quando torno a casa per Natale la devo portare da “Marino fa mercato” a San Giovanni, così si compra le Nike come le mie. «Te come ti ci trovi?», mi ha chiesto. «Bene, te l’avevo detto che te le dovevi comprare anche te quando ci siamo state l’altra volta». Allora ha fatto un pausa. «Ma si ritroverà la strada?».

E poi a volte succedono quelle cose che hai sempre sognato, tipo che Timbuktu diventa l’inserto digitale per bambini del Corriere della Sera.

L’altro giorno, stavo uscendo per andare incontro al corriere UPS che si era perso con un pacco di mozzarelle fresche e limoncello in arrivo da Lizzano, la nonna mi ha detto di ricordarmi di prendere la borsa con la patente «perché a Terranova ci sono gli sbirri».

Un anno fa, di questi tempi, ci arrivò una mail nella quale si annunciava che eravamo tra i vincitori di Mind the Bridge: eravamo state ammesse alla Business Gym di San Francisco per un mese e da lì poi avremmo partecipato alla finale dell’Italian Innovation Day.

Ce la ricordiamo bene quella mattina: era da tempo che pensavamo di andare in California, ne avevamo parlato tanto e all’improvviso stava per succedere davvero.

Sono successe un sacco di cose da quel giorno. Ci siamo trasferite a San Francisco, abbiamo partecipato a 500startups, abbiamo raccolto il nostro primo seed round, abbiamo costruito un team vero e abbiamo lanciato la nuova Timbuktu (a proposito, mi raccomando scaricatela e lasciateci una bella review!).

Abbiamo fatto tantissimi errori e, per fortuna, continuiamo a farne, ma abbiamo anche imparato un sacco di cose. Quindi ci è venuta voglia di condividere con voi le più importanti, quelle che per noi hanno fatto la differenza.

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Eccolo qui, finalmente sull’App Store! Questa volta con una storia nuova ogni giorno. La prima è di McSweeney’s, che ogni settimana pubblicherà su Timbuktu l’inserto per bambini The Goods. Non vi preoccupate se non vedete subito le storie dei numeri precedenti: le troverete tutte in questa nuova versione, avranno solo un formato diverso.


To Infinity and Beyond!


L’altro giorno ho trovato la nonna che guardava Tele Padre Pio sul 145, e siccome a lei di Padre Pio non le è mai importato niente mi è sembrato un po’ strano.

«O nonna, o come mai tu guardi Padre Pio?», le ho chiesto.

«Un c’era nulla in televisione», mi ha risposto.

L’altro giorno parlavo su Skype con la nonna e le zie. A un certo punto mentre la Lella mi raccontava della pineta bruciata, la nonna si è coperta la bocca con una mano e ha detto alla Franca a bassa voce, «È sempre grassa eh?».