Tutte le cose sono fatte di atomi

Se c’è una cosa che il tanto atteso evento Apple di New York ha chiarito definitivamente è che il futuro dell’educazione non sarà nei libri di testo. La scuola non sta più da un pezzo nel modello della lezione frontale, e tutte quelle luccicanti copertine di Pearson e McGraw Hill incorniciate dall’iPad ne sono state l’ignaro e potentissimo suggello. Certo, i libri digitali peseranno meno sulle spalle degli studenti. Ma non basterà qualche contenuto multimediale in più a riportare la scuola nell’unico orizzonte in cui può tornare ad avere un senso, la rete. continua a leggere …

C’è un grande bisogno di tornare a parlare seriamente dei diritti delle donne in Italia, dopo anni in cui il berlusconismo ha ridotto tutto a Olgettine sì/Olgettine no. Per questo mi ha fatto molto piacere leggere l’articolo di Riccardo Luna sul rapporto tra donne e startup. È un modo concreto per tornare a parlarne, in un campo lontano anni luce dal ring a cui ci eravamo abituati. Mi è dispiaciuto molto però che l’articolo citasse come unica fonte una ricerca di dubbia validità scientifica, che mette al centro dei suoi risultati alcuni dei più diffusi luoghi comuni sul rapporto tra donne e lavoro. Le donne hanno una minore propensione al rischio, non pensano abbastanza in grande, si fanno più problemi a chiedere soldi, sono più sincere e ovviamente rischiano di restare incinte. Ne approfitto quindi per fare un po’ di chiarezza su un tema che mi sta particolarmente a cuore.

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Siccome in giro c’è ancora chi continua a parlare di politica asservita al dominio dei tecnocrati e dei mercati, chiariamo una cosa: la caduta del governo Berlusconi è avvenuta in Parlamento ed è stata un evento politico a determinarla: i 308 voti alla Camera di martedì 8 novembre. Il fatto che ci si sia arrivati anche in virtù di un progressivo indebolimento del governo legato alle sua mancanza di credibilità rispetto alla crisi europea e ai mercati non vuol dire che quel voto abbia avuto per questo un valore politico meno rilevante. Pensare che la politica non debba avere responsabilità economiche non ha senso in una democrazia moderna. Che poi sarebbe stato meglio arrivarci in un altro modo non ci sono dubbi. Ma da qui a dire che siamo tutti ricattati dal dio spread ce ne corre.

Il primo ricordo che ho della politica italiana sono le monetine contro Craxi al Raphael di Roma. Avevo undici anni ed era la prima volta che associavo la parola politica a qualcosa di concreto. L’anno dopo Berlusconi vinse le elezioni. E da allora la politica italiana non è stata altro che quello. Per questo mi fanno ridere quelli che oggi dicono che non c’è molto da festeggiare, che un governo tecnico che duri sei mesi o un anno non è poi questo granché, che altre volte è successo, eccetera eccetera. Lo sappiamo che altre volte è successo, lo sappiamo che non c’è molto da stare allegri per come sono messe le cose. Non è questo il punto. Il punto è che per tutti quelli nati come me negli anni Ottanta, per tutti quelli che come me hanno conosciuto la politica prima con Tangentopoli e poi con Berlusconi, questa è la prima volta che la politica diventa una possibilità. Per questo stasera siamo così inquieti. Non siamo tra quelli che hanno voglia di tirare monetine. Siamo tra quelli che vogliono posare le armi e ricostruire. L’Italia finalmente sarà quello che noi decideremo di farne. Ora non ci sono più scuse.

Il trailer di TEDxAmsterdam, con cento danzatori del Dutch National Ballet. L’idea è di We are Pi e 328 Stories. La musica di Pigeon Horse Sex Tennis, cantata da un sacco di bambini di Amsterdam.


In questi giorni sono stata ai Filodrammatici a vedere Somari. Era dai tempi del Grande Meaulnes – e avevo 16 anni – che una storia sull’adolescenza non mi emozionava così tanto. Raccontare chi ha 16 anni è cosa quasi impossibile per definizione, e invece Somari ci riesce con una grazia e un’intensità che non si può fare a meno di commuoversi. Resta in scena fino a domenica, andate a vederlo.

Il 23 ottobre 1969 il colonnello Muammar Gheddafi era al potere in Libia da poco più di un mese. Il giornalista francese Raymond Girard fu il primo a intervistarlo. «Siamo una sola nazione, un solo popolo. Il nostro destino è uno solo. Non c’è alcun bisogno di dittatori». Aveva 27 anni.


C’è un cinema abbandonato nella provincia orientale di Taranto che stasera riaprirà per la prima volta al pubblico dopo trent’anni. E c’è un paese intorno a quel cinema che sta provando a guardare agli immigrati in un modo nuovo. A Lizzano stasera inizia Sferracavalli, un festival internazionale di teatro che ogni anno a partire da oggi sarà dedicato ai paesi più rappresentati nel territorio come numero di immigrati. Questa prima edizione è dedicata alla Romania e ha portato in paese tre compagnie di attori, danzatori, musicisti e drammaturghi. E venti volontari, tutti ospiti delle famiglie lizzanesi e arrivati da ogni parte del mondo (India, Nuova Zelanda, Australia, Austria, Inghilterra, Spagna). Se uno non c’è mai stato a Lizzano tutto questo forse potrebbe non sembrare così sorprendente. Ma Lizzano è un paese di diecimila abitanti in una delle province più dimenticate della Puglia, da tempo rassegnata a pensarsi periferia economica, politica, culturale e sociale. Un posto dal quale andare via al più presto. In questi giorni invece c’è un sacco di gente a Lizzano. E le richieste per i biglietti degli spettacoli sono già il doppio della capienza del cinema. Chi ancora pensa che il teatro non possa cambiare niente, dovrebbe venire a vedere quello che sta succedendo a Lizzano in questi giorni.