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	<title>Elena Favilli</title>
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	<description>Tutte le cose sono fatte di atomi</description>
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		<title>Un mese a 500startups</title>
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		<pubDate>Thu, 17 May 2012 06:50:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Timbuktu]]></category>

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		<description><![CDATA[500startups è all&#8217;ultimo piano del palazzo più alto di Mountain View. Anzi, 500startups è all&#8217;ultimo piano dell&#8217;unico palazzo alto di Mountain View. Una specie di torre di vetro con finestre a 360 gradi sulla Silicon Valley. L&#8217;acqua della baia a est, l&#8217;acqua dell&#8217;oceano a ovest.




Ci arriviamo ogni mattina a piedi dal nostro residence su Escuela [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>500startups è all&#8217;ultimo piano del palazzo più alto di Mountain View. Anzi, 500startups è all&#8217;ultimo piano dell&#8217;unico palazzo alto di Mountain View. Una specie di torre di vetro con finestre a 360 gradi sulla Silicon Valley. L&#8217;acqua della baia a est, l&#8217;acqua dell&#8217;oceano a ovest.</p>
<p></br><br />
<a href="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/silicon1.jpg"><img src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/silicon1.jpg" alt="" title="silicon" width="480" height="224" class="alignnone size-full wp-image-1046" /></a><br />
<span id="more-996"></span><br />
</br><br />
Ci arriviamo ogni mattina a piedi dal nostro residence su Escuela Avenue, rigorosamente con piscina e palme. E a volte ci imbattiamo in cartelli tipo questo.<br />
</br><br />
<a href="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/Screen-shot-2012-05-13-at-7.37.43-PM1.png"><img src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/Screen-shot-2012-05-13-at-7.37.43-PM1.png" alt="" title="Screen shot 2012-05-13 at 7.37.43 PM" width="474" height="157" class="alignnone size-full wp-image-1058" /></a><br />
</br><br />
Per la prima volta da quando abbiamo iniziato a lavorare a Timbuktu, ormai quasi due anni fa, siamo una vera squadra. Non siamo più soltanto io e Francesca nella nostra cucina di Milano. Samuele Motta e Diego Trinciarelli sono entrati ufficialmente a far parte del team, e il gioco è diventato molto più serio.<br />
</br><br />
<a href="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/team.jpg"><img src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/05/team.jpg" alt="" title="team" width="480" height="360" class="alignnone size-full wp-image-1064" /></a><br />
</br><br />
Ogni lunedì a mezzogiorno c&#8217;è il batch meeting, una riunione di gruppo nell&#8217;area comune in cui <a href="https://twitter.com/#!/davemcclure">Dave</a> (McClure), <a href="https://twitter.com/#!/paulsingh">Paul</a> (Singh) e <a href="https://twitter.com/#!/christine_tsai">Christine</a> (Tsai) ci aiutano a fare il punto sulla settimana appena trascorsa e ci anticipano quello che succederà in quella appena iniziata. Ogni venerdì c&#8217;è il Brewski Friday, una festa tipo college con molta birra e molta musica. C&#8217;è molto della cultura di 500startups in questa struttura. Si inizia la settimana con un confronto molto serio e molto duro su quello che si è imparato e quello che ci aspetta, e si finisce giocando a beer pong. Work hard, play hard.<br />
</br><br />
Le prime settimane le abbiamo passate lavorando soprattutto sul customer design. Che tradotto vuol dire scomporre il tuo prodotto in singole parti e testarle una per una con persone in carne e ossa, anche detti real users. Lo so che ora state pensando ai focus group. Ma no, non c&#8217;entrano niente. Non si tratta di rinchiudere cinque o sei persone in una stanza, farle giocare con il tuo prodotto e vedere cosa ne pensano. Si tratta di fare un passo indietro. Smetterla di pensare a Timbuktu come a un prodotto d&#8217;insieme e iniziare a pensarlo come la somma di alcune funzioni. E misurare queste funzioni. E poi decidere su quali investire e su quali no. Lean Design, per chi è appassionato di etichette.<br />
</br><br />
C&#8217;è stato un workshop di tre giorni con <a href="https://twitter.com/#!/EnriqueAllen">Enrique Allen</a> della Stanford School of Design. E un workshop di altri tre giorni con Janice Fraser di <a href="http://luxr.co/">LUXr</a>. Niente prodotti finiti, solo post it e prototipi di carta. Io non ci credevo che potesse funzionare, e invece funziona. Your readers know much more than you do, diceva Jay Rosen. Ecco, anche your users. Se pensate che il vostro prodotto piacerà per forza perché è la cosa più fica del mondo e l&#8217;avete progettata voi &#8211; cosa che io ho pensato un sacco di volte &#8211; state certi che scomparirà in pochi mesi. Là fuori ci sono decine di startup che stanno cercando di fare la stessa cosa che fate voi. E se non capite in fretta che essere i più fichi vuol dire saperlo dimostrare, vi faranno a pezzi senza che facciate neanche in tempo ad accorgervene. Measure what matters, è il mantra di 500startups.<br />
</br><br />
Il che vuol dire che devi imparare a fare una cosa molto difficile: leggere i dati. Ci sono un sacco di strumenti per misurare il modo in cui gli utenti interagiscono con il tuo prodotto. E quelli che ve li vengono a presentare a 500startups sono quelli che li hanno inventati. Hasit Shah, per esempio, di <a href="http://www.kissmetrics.com/">KissMetrics</a>. Noi usiamo <a href="https://www.mopapp.com/">MopApp</a> e <a href="http://www.appannie.com/">AppAnnie</a> per tracciare i dati dell&#8217;iTunes Store, <a href="http://www.flurry.com/">Flurry</a> e <a href="http://www.kontagent.com/">Kontagent</a> per tracciare l&#8217;interazione degli utenti con la nostra app, <a href="http://appseo.co/">AppGrooves</a> per tracciare quali keyword funzionano meglio sull&#8217;App Store, <a href="https://optimizely.appspot.com/">Optimizely</a> per fare i test A/B. In più abbiamo un asso nella manica. Una cosa per cui qui nella Silicon Valley pagano oro e che noi invece abbiamo letteralmente in casa: Erica Capanni, la nostra coinquilina di Milano e la mia più grande amica del liceo: Data Analyst di professione. Insomma, se pensate di avere il controllo della situazione solo perché usate Google Analytics, vi faranno a pezzi.<br />
</br><br />
L&#8217;altro grosso pezzo del programma di 500 sono i mentor. Il valore di un accelerator program come questo non è dato soltanto dall’investimento in denaro che decide di fare sulla tua azienda, ma anche e soprattutto dalla rete di persone con cui ti mette in contatto. Stare al dodicesimo piano di 444 Castro Street significa avere accesso a un network di oltre 160 mentor in tutto il mondo, la maggioranza concentrata ovviamente nella Silicon Valley. Significa poter chiedere aiuto diretto sul tuo prodotto e sulla tua strategia alle persone che hanno fondato o che lavorano in alcune delle startup di maggior successo degli ultimi anni come Facebook, Google, Youtube, PayPal, Twilio, Etsy, Twitter, Zynga e Flipboard. Che poi è un po’ come chiedere aiuto a Spiderman, Superman, Batman e Robin combinati in una sola persona.<br />
</br><br />
I mentor sono di fatto anche l&#8217;unico modo per entrare dentro 500startups. Non esiste una application per essere ammessi al programma. L&#8217;unica strada per avere un colloquio è riuscire a ottenere almeno tre introduction da tre mentor che fanno già parte della rete. Li contatti, presenti il tuo progetto e spieghi perché pensi che saresti un buon candidato. Se gli piaci, ti segnalano. <a href="https://twitter.com/#!/tara_kelly">Tara Kelly</a> (<a href="http://www.passpack.com/en/home/">Passpack</a>) è stata la prima a segnalarci e ora lei e <a href="https://twitter.com/#!/sullof">Francesco Sullo</a> sono un po&#8217; diventati la nostra famiglia a Mountain View, tanto che domenica ci hanno fatto delle buonissime tagliatelle al ragù.<br />
</br><br />
E poi c&#8217;è il Funding. Onnipresente e trasversale rispetto a tutto il programma. Siamo qui per raccogliere soldi, non ce lo dimentichiamo. E tutto il programma è costruito in vista del DemoDay finale a luglio, quando ogni startup presenterà davanti alla platea di investitori più hot della Silicon Valley. Un sacco di lezioni e di talk che seguiamo sono dedicati a questo: che cosa vuol dire fare fundraising, quali sono gli strumenti da usare, come si capisce quali sono gli investitori giusti per la tua azienda, come si devono contattare, eccetera. Giovedì sera per dire è venuto a parlare <a href="https://twitter.com/#!/naval">Naval Ravikant</a>, fondatore di <a href="http://angel.co/">Angel List</a>, il social network che sta rivoluzionando l&#8217;accesso al seed investment nella Silicon Valley. E prima c’erano già stati Aaron Patzer, fondatore di <a href="https://www.mint.com/"> Mint</a>, T.J Sassani, fondatore di <a href="http://www.zozi.com/">Zozi</a> e Rahul Vohra, fondatore di <a href="http://rapportive.com/">Rapportive</a>.<br />
</br><br />
Abbiamo fatto il nostro primo pitch ufficiale nella Silicon Valley durante la MamaBear Tech Conference del 20 aprile e abbiamo conosciuto praticamente tutte le startup più hot del momento nel family market: MotionMath, Ecomom, Red Tricycle, Toca Boca, Mind Snacks, Tadami. Una delle prime cose che ti insegnano qui è conoscere alla perfezione i tuoi competitor più o meno diretti e fare sinergia con loro. Perché il fatto è che nessuno sa ancora con certezza quali pratiche saranno vincenti e provare a fare squadra con altre startup che hanno le tue stesse esigenze e che vanno alla tua stessa velocità è sicuramente più utile che aspettare che si sveglino le grosse aziende.<br />
</br><br />
Nell&#8217;insieme, è come fare un MBA molto concentrato. Con il vantaggio che lo stai facendo direttamente sulla tua azienda, circondata da persone che vogliono cambiare il mondo come te. Con passione, determinazione e leggerezza.<br />
</br><br />
We&#8217;re kind of a big deal.<br />
</br><br />
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		<title>I hate open space!</title>
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		<pubDate>Sun, 06 May 2012 19:10:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Timbuktu]]></category>
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		<description><![CDATA[Ieri sera sono stata a una festa sulle colline di Oakland a casa di Michael &#8220;Wave&#8221; Johnson, direttore del Moving Pictures Group della Pixar. Potrei parlarvi per ore solo della casa, che è uno degli esempi di architettura modernista più belli che mi sia capitato di vedere. Ma vi devo parlare di un&#8217;altra cosa ancora [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri sera sono stata a una festa sulle colline di Oakland a casa di <a href="http://xenia.media.mit.edu/~wave/">Michael &#8220;Wave&#8221; Johnson</a>, direttore del <em>Moving Pictures Group</em> della Pixar. Potrei parlarvi per ore solo della <a href="http://web.mac.com/drwave/Waves_World%21/Windows.html">casa</a>, che è uno degli esempi di architettura modernista più belli che mi sia capitato di vedere. Ma vi devo parlare di un&#8217;altra cosa ancora più sbalorditiva. Alla festa c&#8217;era <a href="http://www.pixartalk.com/pixarians/ronnie-del-carmen/">Ronnie Del Carmen</a>, uno dei grandissimi della Pixar, e uno dei miei miti assoluti in quanto <em>Head of Stories</em> di Up. Ronnie ha lavorato su tutti gli ultimi film della Pixar come <em>Story Supervisor</em> (Up, Alla ricerca di Nemo, Ratatouille, Wall-e) e al momento è il <em>Co-director</em> del nuovo lungometraggio Pixar in uscita nel 2015.</p>
<p><span id="more-957"></span><br />
</br><br />
A un certo punto mi raccontava dell&#8217;organizzazione degli spazi alla Pixar e di come per andare in bagno tutti si spostino usando i monopattini. La storia probabilmente la sapete già: Steve Jobs voleva che i bagni fossero costruiti lontano dagli uffici, in modo che tutti dovessero mettere il naso fuori dalle loro stanze e scambiare quattro chiacchiere anche con quei colleghi con cui altrimenti avrebbero parlato molto più raramente. Un modo per favorire la comunicazione in modo naturale tra persone che lavorano in dipartimenti diversi, e su progetti diversi. &#8220;That is so cool&#8221;, gli ho detto io, &#8220;I hate open spaces!&#8221;.<br />
</br><br />
Conoscevo la storia dei bagni della Pixar e dei suoi monopattini, ma non l&#8217;avevo mai messa in relazione alla lotta contro gli open space. Che è una delle mie battaglie personali.<br />
</br><br />
Da una decina d&#8217;anni a questa parte non esiste più un ufficio che non sia organizzato con la struttura open space. L&#8217;open space favorisce il contatto e gli scambi tra i dipendenti, annulla le gerarchie, aiuta il brainstorming, la collaborazione. E poi  la luce! Vuoi mettere la luce! Scommetto che avrete sentito decine e decine di volte commenti del genere. E scommetto che, se avete meno di trent&#8217;anni come me, nella maggior parte dei casi avete sempre lavorato in uffici open space. Ecco, scrivo questo post per voi. Per dirvi che non siete soli, e per dirvi che c&#8217;è speranza. Ci sono posti come la Pixar in cui l&#8217;open space non esiste. O meglio, esiste solo quando vi scappa la pipì. E ora vi spiego perché.<br />
</br><br />
Le persone più clamorosamente creative molto spesso sono introverse e poco propense agli scambi sociali. Sono abbastanza estroverse da scambiare proposte e idee, ma danno il meglio quando lavorano da sole. Lo spiega alla perfezione Susan Cain nel suo ultimo libro <a href="http://www.thepowerofintroverts.com/">&#8220;Quiet&#8221;</a>:<br />
</br></p>
<blockquote><p>&#8220;Come ha osservato l&#8217;autorevole psicologo Hans Eysenck, l&#8217;introversione stimola la creatività perché la mente si concentra sui compiti, evitando la dissipazione di energie provocata da questioni sessuali e sociali non legate al compito stesso. In altre parole, una persona seduta in santa pace in giardino, sotto un albero, mentre tutti gli altri stanno brindando in veranda, ha più probabilità di vedersi arrivare in testa una mela (Newton era un grande introverso)&#8221;.</p></blockquote>
<p></br><br />
Il fallimento del brainstorming lo dimostra. Nonostante molti luoghi di lavoro continuino ancora a osannarlo, il brainstorming &#8211; che, è bene ricordarlo, divenne di moda nelle agenzie di pubblicità negli anni Cinquanta &#8211; è uno degli strumenti peggiori per stimolare la creatività. Le ricerche più recenti dimostrano che molte persone quando sono in gruppo si tirano indietro e lasciano fare il lavoro agli altri, fanno istintivamente proprie le opinioni altrui e perdono di vista le loro, e spesso soccombono alla pressione dei colleghi. Gregory Berns, neuroscienziato della Emory University, ha scoperto che quando prendiamo una posizione diversa da quella del gruppo attiviamo l&#8217;amigdala, la parte del cervello che gestisce la paura, in questo caso la paura di essere respinti. Berns lo definisce «il dolore dell&#8217;indipendenza».<br />
</br><br />
Eppure Il Nuovo Pensiero di Gruppo ha ormai travolto i nostri luoghi di lavoro. Si lavora in gruppo, in spazi privi di pareti divisorie e alle dipendenze di capi che apprezzano soprattutto le capacità di relazione e di dedizione alla squadra. I geni solitari sono out. I frat boys sono in.<br />
</br><br />
Ma c&#8217;è speranza, dicevo. Andare verso soluzioni più ibride è possibile anche se non si lavora alla Pixar. Basterebbe avere uffici che incoraggiano le interazioni casuali, consentendo però alle persone di scomparire in spazi personalizzati e privati quando hanno bisogno di stare da sole. <a href="http://ronniedelcarmen.blogspot.com/">Ronnie Del Carmen</a> passa la maggior parte del suo tempo chiuso nel suo ufficio a disegnare storyboard. Collaborazione per lui significa salire su un monopattino e scambiare quattro chiacchiere con i colleghi sulla strada verso il bagno.</p>
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		<title>Looking up</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Apr 2012 17:13:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<title>Siamo noi la California</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 08:44:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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Finiscono tutte nel cielo le strade di San Francisco. Lo capisci che sei ancora in aereo. Se si viene dall&#8217;Europa, come è successo a noi, ci si arriva da Nord. E al Golden Gate gli si corre di fianco, sulla destra, con la Marin County alle spalle. Eccola, la Bay Area. Il Golden Gate Park, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-933" title="ws" src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2012/04/ws1.jpg" alt="" width="480" height="360" /><br />
</br><br />
Finiscono tutte nel cielo le strade di San Francisco. Lo capisci che sei ancora in aereo. Se si viene dall&#8217;Europa, come è successo a noi, ci si arriva da Nord. E al Golden Gate gli si corre di fianco, sulla destra, con la Marin County alle spalle. Eccola, la Bay Area. Il Golden Gate Park, Ocean Beach. La cicatrice di Market Street in mezzo alla città. Alcatraz, come nelle cartoline. Le barche a vela. Il Financial District. Le gru del porto di Oakland. E in mezzo, il Bay Bridge. Lungo lungo, verso le colline di Berkeley.</p>
<p><span id="more-929"></span><br />
</br><br />
Portiamo Timbuktu in California, Francesca e io. Abbiamo vinto Mind the Bridge e andiamo a San Francisco per lanciare la nostra startup.<br />
</br><br />
È cominciato tutto nel giugno del 2010, con la vittoria di Working Capital a Bologna per un progetto di magazine digitale per bambini. Con la borsa di studio facciamo una prima versione beta, lavorandoci di notte e nei pochissimi giorni liberi che ci lasciano i nostri lavori. Vogliamo inventare un nuovo modo di progettare contenuti digitali per bambini e partiamo dallo strumento che ci sembra più naturale per loro, l&#8217;iPad. Coinvolgiamo da subito alcuni dei giovani illustratori più talentuosi da ogni parte del mondo (New Delhi, San Francisco, Barcellona, Berlino, Lisbona, Madrid, Tokyo, Milano, Londra). E mettiamo in piedi un team piccolo e appassionato come noi. Samuele Motta è l&#8217;art director, Alberto Sarullo il developer. Ci piacciono il design, gli aquiloni, l&#8217;educazione e le famiglie numerose. Ci piace l&#8217;immaginazione come strumento di conoscenza. Ci piace la realtà per il suo potenziale. Ci piace provare nuove cose, e poi Timbuktu suona bene.<br />
</br><br />
Non abbiamo un ufficio naturalmente, e le riunioni le facciamo nei bar e in cucina. La versione beta fa più di ventimila download in tre mesi e iniziamo a convincerci che Timbuktu possa diventare davvero qualcosa di grande. Iniziamo a partecipare a tutti i possibili concorsi per startup e iniziamo a costruire intorno alla nostra idea un modello di business. C&#8217;è un incontro in particolare che ci fa fare il salto. Durante la Startup Initiative di Intesa San Paolo nel giugno del 2011 conosciamo Joe Petillon, partner del fondo d&#8217;investimento americano Banner Ventures. Si appassiona al nostro progetto e ci insegna tutto passo dopo passo. Impariamo che cos&#8217;è una go to market strategy, che cos&#8217;è una exit, che cos&#8217;è un business model e che cos&#8217;è un pitch. Proviamo centinaia di volte la presentazione. Prima solo io, poi solo Francesca, poi tutte e due insieme sul palco. Arriviamo a Mind the Bridge a novembre e finiamo tra le startup selezionate per il gran finale a San Francisco.<br />
</br><br />
Rita ci viene a prendere alla fermata della BART di North Berkeley. La sua casa è uguale a quella di UP e la nostra stanza è un attico in cui entri da una scala a pioli e una porta sul soffitto. I primi dieci giorni li passiamo lì, che poi per me è un po&#8217; dove è cominciato tutto. Tutte le mattine attraversiamo la baia per andare a San Francisco. Mind the Bridge è in uno dei palazzi più belli del Financial District, a One Market. Dai vetri vedi le macchine sul Bay Bridge che si infilano dentro la città. Ci sono tutte le startup finaliste del concorso (Stereomood, Next Styler, Vinswer, Vivocha, D-Orbit). Ci sono Marco Marinucci e Nicola Allieta ad accoglierci. C&#8217;è uno spazio a disposizione per un mese e un programma che ci aiuterà a preparare il pitch per l&#8217;Italian Innovation Day. C&#8217;è soprattutto un mentor strepitoso, Christian di Carlo. Ex Google, ora ad Adobe, Christian è un ragazzo americano della nostra età con un MBA della Columbia alle spalle che ci aiuta a lavorare sul nostro business model. I primi giorni sono soprattutto di esplorazione. Il mondo che ruota intorno alle startup a San Francisco è molto diverso da quello che avevo frequentato io da studentessa di Berkeley sei anni fa. Di giorno si lavora e di sera si va alle feste per fare quella cosa sfiancante che qui chiamano networking. Ti presenti a chiunque ti trovi davanti raccontando chi sei e cosa fa la tua startup. È come uno speed dating, solo con tonnellate di biglietti da visita.<br />
</br><br />
Ogni tanto ci allontaniamo dalle serate startupper per riprenderci un po&#8217;. Rita ci organizza una festa di benvenuto con gli amici che suonavano con lei in giro per gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Ci viene a prendere alla fermata della BART un tipo buffo coi rasta enormi. Si è imbucato alla festa di Rita e lei lo ha mandato a prenderci. È Jaron Lanier, mi accorgo dopo. Ma nessuno ci fa caso, quindi facciamo finta anche noi di non riconoscerlo. La casa si riempie di cornamuse, chitarre, fisarmoniche, armoniche e contrabbassi. Nel backyard suonano gli zampognari. Nel porch si balla flamenco. Nel salotto c&#8217;è un trio che canta a cappella le canzoni pop degli anni Trenta. Lanier suona il violoncello.<br />
</br><br />
Nel frattempo esce il secondo numero di Timbuktu, The Night Issue. L&#8217;invio alla Apple lo facciamo dal tavolino di un bar di Stanford con Alberto su skype che in Italia sono le 4 di notte. I download questa volta sono già ottomila nella prima settimana. Dopo due settimane la Apple ci inserisce tra le Note and Noteworthy App della categoria Education. E finalmente arriva l&#8217;Italian Innovation Day. Scriviamo e riscriviamo la nostra presentazione decine di volte. Aggiustiamo la grafica delle slide con Samuele da Milano. Impariamo a decifrare le financial projections con Christian. E alla fine vinciamo. A Berkeley, Timbuktu viene ufficialmente nominato 2012 Best Italian Startup. Dopo qualche giorno ci trasferiamo a San Francisco da Ottavia, e senza saperlo ci ritroviamo nella più bella casa della città. Non ci eravamo mai viste prime, ci eravamo solo scambiate qualche mail tramite un mio amico toscano. Dice che la sua casa è un porto di mare, per noi è un film. Anche lei organizza una festa per noi. Facciamo arrivare i cavatelli dalla Puglia e gli zolfini dalla Toscana. Io vado a comprare le cozze all&#8217;Embarcadero, Francesca cucina con Danuta. Lew fa il barbecue in terrazza. Conosciamo Brewster Kahle, il fondatore dell&#8217;Internet Archive e John Markoff, il giornalista scientifico del New York Times.<br />
</br><br />
La notizia che stavamo aspettando arriva mentre saliamo su un taxi a Menlo Park, appena uscite da un appuntamento con Kleiner Perkins Caufield and Byers. Christine ci comunica che siamo state prese da 500startups, l&#8217;accelerator program di Dave McClure, la rockstar delle startup in questo momento. Il tassista afghano intuisce che è successo qualcosa di grosso e ride. Siamo la prima startup italiana ammessa al programma. E naturalmente stiamo già pensando a come risolvere il problema del visto. Parliamo con due immigration lawyers e decidiamo di anticipare subito il rientro in Italia per avviare le pratiche per un B1. In ventiquattr&#8217;ore troviamo casa a Mountain View, facciamo il trasloco e ci buttiamo su un aereo per Milano. Entrare dentro 500startups significa molte cose. Significa ricevere un investimento da 65mila dollari, significa entrare in uno dei migliori accelerator programs degli Stati Uniti, significa avere accesso a un network di mentor e di investitori da capogiro e significa divertirsi un sacco. Il programma inizia oggi, ma noi siamo ancora a Milano. Per il visto c&#8217;è voluto qualche giorno in più e riusciamo a partire solo venerdì. Pronti?</p>
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		<title>California Calling</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 10:17:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stiamo cercando uno sviluppatore iOS da portare dentro il core team di Timbuktu. Chi vince viene con noi a Mountain View per tre mesi dentro 500startups! E poi potrà dire di essere dentro la prima azienda italiana invested by Dave McClure:-)

Offriamo viaggio, vitto, alloggio, fee per 500startups (5000 dollari) e stock options.

Cerchiamo un drago dello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stiamo cercando uno sviluppatore iOS da portare dentro il core team di Timbuktu. Chi vince viene con noi a Mountain View per tre mesi dentro 500startups! E poi potrà dire di essere dentro la prima azienda italiana invested by Dave McClure:-)</p>
<p></br></p>
<p>Offriamo viaggio, vitto, alloggio, fee per 500startups (5000 dollari) e stock options.</p>
<p><span id="more-922"></span></p>
<p>Cerchiamo un drago dello sviluppo di app su iOS con queste caratteristiche:</p>
<p></br></p>
<p>- proven iOS development experience (fateci vedere cosa avete fatto!)<br />
- strong interest in working closely with a creative product team (we want ideas about the product not just about the code!)<br />
- strong determination<br />
- experience working in an agile environment<br />
- sense of humor<br />
- voglia di mettersi in gioco e di costruire un pezzo del futuro dell&#8217;editoria su tablet</p>
<p></br></p>
<p>Non stiamo cercando solo un brillante esecutore, ma qualcuno che voglia costruire con noi il futuro della reading experience su tablet.</p>
<p></br><br />
Se parlate bene l&#8217;inglese è un plus. Se i bambini vi piacciono un casino è un plus. Se vi piace cucinare è un plus (anche a noi piace molto).<br />
</br><br />
Se pensate di avere sempre ragione voi perché avete in mano le chiavi del codice, non siete la persona che stiamo cercando. Apprezziamo molto di più la combinazione &#8220;umiltà + risultati sorprendenti + grande passione per il lavoro di squadra&#8221;.<br />
</br><br />
Chi è interessato ci scriva subito a hello@timbuktu.me. La partenza è il 1 aprile!<br />
</br><br />
Niente cv per favore. Diteci semplicemente quello che sapete fare, quello che avete fatto finora e quello che pensate possa essere il vostro contributo per Timbuktu (bastano 10 righe). Ovviamente mandate link al vostro portfolio e alle vostre app!</p>
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		<title>Connecting the dots</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Feb 2012 19:31:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono arrivata a Berkeley per la prima volta nell&#8217;agosto del 2005. Avevo vinto una borsa di studio e non mi sembrava vero. Tutte le mattine attraversavo il campus per andere a lezione alla Graduate School of Journalism, coi cespugli di lavanda e rosmarino tutto intorno. Avevo vissuto da cinque anni in una città, Bologna, ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono arrivata a Berkeley per la prima volta nell&#8217;agosto del 2005. Avevo vinto una borsa di studio e non mi sembrava vero. Tutte le mattine attraversavo il campus per andere a lezione alla Graduate School of Journalism, coi cespugli di lavanda e rosmarino tutto intorno. Avevo vissuto da cinque anni in una città, Bologna, ma venivo pur sempre dalla campagna e di tutte le cose nuove che c&#8217;erano i fiori, gli alberi, le piante furono la cosa che in assoluto mi colpì di più. C&#8217;erano le corbezzole mature, per dire, a fine agosto. E mi sembrò una metafora perfetta di quel giocare in anticipo sui tempi che da poche altre parti si sente come in California.</p>
<p><span id="more-907"></span></p>
<p>Sono tornata a Berkeley per la prima volta dopo sei anni due settimane fa, e solo ora riesco a scriverne. Ho ritrovato la lavanda e il rosmarino, i corbezzoli e i cedri del Libano, i peschi e le camelie, i tulipani e gli alberi di limoni. Ho ritrovato Rita, che mi ospita nella sua casa che è uguale a quella di UP. E ho trovato Ottavia, che mi ospita in una delle più belle case di San Francisco che abbia mai visto. È tutto esattamente come me lo ricordavo, tanto mi era rimasto appiccicato in questi anni. Solo che ora tutte le mattina invece di andare alla scuola di giornalismo vado a One Market, dove sto cercando di lanciare <a href="http://timbuktu.me/">la mia startup</a>. Ho vinto Mind the Bridge, un concorso che porta le migliori startup italiane nella Silicon Valley, e <a href="http://itunes.apple.com/us/app/timbuktu/id428469245?mt=8">Timbuktu</a> è sull&#8217;App Store da una settimana. Giovedì la presento all&#8217;Innovation Day davanti a una platea di investitori, e vediamo che succede. Solo che invece di presentarla a Stanford, dove lo fanno di solito, la presenterò a Berkeley, nell&#8217;edificio davanti alla Scuola di Giornalismo, perché quest&#8217;anno la fanno lì.</p>
<p></br></p>
<p>Non sono una che ama molto parlare di sé, ma a volte ci sono cerchi che si chiudono così perfettamente che non puoi fare a meno di raccontarli.</p>
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		<title>L&#8217;errore di Apple</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 20:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se c&#8217;è una cosa che il tanto atteso evento Apple di New York ha chiarito definitivamente è che il futuro dell&#8217;educazione non sarà nei libri di testo. La scuola non sta più da un pezzo nel modello della lezione frontale, e tutte quelle luccicanti copertine di Pearson e McGraw Hill incorniciate dall&#8217;iPad ne sono state [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è una cosa che il tanto atteso evento Apple di New York ha chiarito definitivamente è che il futuro dell&#8217;educazione non sarà nei libri di testo. La scuola non sta più da un pezzo nel modello della lezione frontale, e tutte quelle luccicanti copertine di Pearson e McGraw Hill incorniciate dall&#8217;iPad ne sono state l&#8217;ignaro e potentissimo suggello. Certo, i libri digitali peseranno meno sulle spalle degli studenti. Ma non basterà qualche contenuto multimediale in più a riportare la scuola nell&#8217;unico orizzonte in cui può tornare ad avere un senso, la rete. <span id="more-887"></span><br />
</br><br />
<em>Internet ha proiettato fuori dalle mura scolastiche tutte le discipline del sapere, e continuare a tentare di incorniciarle dentro metodi di apprendimento già superati non potrà portare molto lontano. Apple non ha indicato il futuro questa volta. Gli insegnanti che con la rete già lavorano lo sanno bene. Mai come oggi c&#8217;è stata una tale quantità disponibile di contenuti per imparare. E il problema di chi insegna non è avere modi più semplici per pubblicarli &#8211; quello semmai è un problema degli editori &#8211; ma avere un modo più semplice per trovarli, riconoscerne la qualità e poi condividerli. Daniel Donahoo <a href="http://www.wired.com/geekdad/2012/01/apple-edtech/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+wiredgeekdad+%28Blog+-+GeekDad%29">ha spiegato</a> questo problema su Wired con un esempio molto efficace.</em><br />
</br><br />
Se stai cercando nuova musica, giochi, video o altre forme d&#8217;intrattenimento che sono guidate principalmente dai gusti individuali, allora il potere della folla funziona sicuramente molto bene. Funziona bene sull&#8217;iTunes Store per tutto ciò che riguarda i contenuti pop, per esempio. Non funziona per niente, però, per tutti quei contenuti che si basano su un livello di conoscenza e competenza più alto. Aree come l&#8217;educazione e la salute, che sono di estrema importanza per tutta la popolazione ma di cui pochi non tutti hanno conoscenze adeguate, richiedono qualcosa di più della folla per prendere decisioni basate sulla qualità. L&#8217;educazione non è il tipo di attività che vorresti vedere diretta da una gara di popolarità. Ma un rating system come quello dell&#8217;App Store non è altro che questo. Che cosa succede se la maggioranza delle persone non hanno sufficiente conoscenza dei problemi e delle necessità di apprendimento dei bambini tra i 6 e i 15 anni? Come possono valutare il reale valore educativo di una app se non hanno una reale competenza nel campo dell&#8217;apprendimento digitale?<br />
</br><br />
Di strumenti per pubblicare contenuti siamo già pieni. Quello che manca è un modo per capire, in settori cruciali come quello dell&#8217;educazione, quali sono quelli di cui fidarsi. La content curation ha già dimostrato di funzionare molto bene nel giornalismo, dove il proliferare di contenuti di ogni tipo ha costretto i giornalisti a trasformarsi prima di tutto in designer, dj delle notizie. Ora è l&#8217;educazione il campo in cui più ce n&#8217;è bisogno. Oggi gli insegnanti devono trasformarsi da detentori di un corpus di nozioni stabilite e rigidamente divise in discipline in esploratori, aggregatori, co-produttori di conoscenza. Devono spezzare il nesso rigido e deterministico tra l&#8217;informazione erogata (il testo, la lezione) e l&#8217;informazione richiesta (il compito, l&#8217;interrogazione), come <a href="http://www.ilpost.it/2011/11/29/la-scuola-secondo-marco-rossi-doria/">dice</a> Marco Rossi Doria. Devono diventare dj.</p>
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		<title>Diamo il potere alle donne</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 11:10:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[C&#8217;è un grande bisogno di tornare a parlare seriamente dei diritti delle donne in Italia, dopo anni in cui il berlusconismo ha ridotto tutto a Olgettine sì/Olgettine no. Per questo mi ha fatto molto piacere leggere l&#8217;articolo di Riccardo Luna sul rapporto tra donne e startup. È un modo concreto per tornare a parlarne, in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un grande bisogno di tornare a parlare seriamente dei diritti delle donne in Italia, dopo anni in cui il berlusconismo ha ridotto tutto a Olgettine sì/Olgettine no. Per questo mi ha fatto molto piacere leggere l&#8217;articolo di <a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/01/07/ce-chi-dice-che-le-donne-non-sono-adatte-a-fare-startup-dimostriamogli-che-sbaglia/">Riccardo Luna</a> sul rapporto tra donne e startup. È un modo concreto per tornare a parlarne, in un campo lontano anni luce dal ring a cui ci eravamo abituati. Mi è dispiaciuto molto però che l&#8217;articolo citasse come unica fonte <a href="http://blog.startupcompass.co/defining-the-x-chromosome-the-dna-of-women-le">una ricerca</a> di dubbia validità scientifica, che mette al centro dei suoi risultati alcuni dei più diffusi luoghi comuni sul rapporto tra donne e lavoro. Le donne hanno una minore propensione al rischio, non pensano abbastanza in grande, si fanno più problemi a chiedere soldi, sono più sincere e ovviamente rischiano di restare incinte. Ne approfitto quindi per fare un po&#8217; di chiarezza su un tema che mi sta particolarmente a cuore.</p>
<p><span id="more-879"></span></p>
<p>Se le donne sono ancora ai margini del mondo delle startup, in Italia come nel resto del mondo, è perché sono ancora ai margini del mercato del lavoro <em>tout court</em>.  E questo non per &#8220;sostanziali differenze caratteriali&#8221;,  ma per discriminazioni connaturate al mercato del lavoro e della società in cui vivono, e di cui le startup semplicemente sono parte. Molte donne che si considerano realizzate e di successo, e molti uomini che considerano le battaglie i diritti delle donne cosa scontata, troveranno queste precisazioni velleitarie e degne di un&#8217;alzata di spalle. Ma i diritti delle donne non sono per niente scontati, in quasi nessun luogo del mondo. E se si vuole tornare a parlare di queste cose perché finalmente qualcosa cambi, è necessario farlo partendo da dati reali e non da luoghi comuni. Ne elenco di seguito alcuni, tutti tratti da ricerche condotte negli ultimi anni da <a href="http://www.catalyst.org/">Catalyst</a>, uno dei più autorevoli istituti americani no profit che dal 1962 si occupa del rapporto tra donne e lavoro. Sarò felice di allargare l&#8217;articolo ad altri dati che mi vorrete segnalare.<br />
</br><br />
<strong>Le donne non mancano di ambizione.</strong> Le donne <a href="http://www.forbes.com/sites/forbeswomanfiles/2012/01/06/the-myth-of-the-ambition-gap/">aspirano</a> tanto quanto gli uomini a diventare amministratori delegati di un&#8217;azienda. Solo che si scontrano con ostacoli strutturali che ne rallentano la carriera e le fanno guadagnare molto meno degli uomini. Il fatto che a un certo punto decidano di accontentarsi del livello raggiunto non può quindi essere considerata mancanza di ambizione, ma una risposta razionale ad ambienti di lavoro inospitali e costruiti per favorire soltanto gli uomini. Ecco alcuni dei dati con cui <a href="http://www.catalyst.org/blog/take-5/take-5-the-pay-gap">la ricerca</a> pubblicata da Forbes giunge a questa conclusione:<br />
</br><br />
1. Le donne con un MBA in media guadagnano in media 4,600 dollari in meno rispetto ai loro colleghi maschi al primo lavoro ottenuto.<br />
</br><br />
2. A parità di qualifiche, esperienze e risultati, gli uomini ottengono promozioni molto più rapidamente rispetto alle donne.<br />
</br><br />
3. Gli stipendi degli uomini crescono molto più rapidamente di quelli delle donne, incrementando progressivamente il gap avviato dalla prima assunzione.<br />
</br><br />
4. Nel 2008, nel campione considerato dalla ricerca, a ogni promozione è corrisposto un aumento del 21 percento nello stipendio degli uomini, del 2 percento in quello delle donne.<br />
</br><br />
<strong>Le aziende che hanno più donne in ruoli di leadership hanno migliori risultati.</strong><br />
Ogni anno Forbes fa l&#8217;elenco delle 500 migliori aziende americane. Di queste, nel 2011, l&#8217;83,9 percento delle posizioni nei consigli di amministrazione è occupato da uomini, l&#8217;85,1 percento delle posizioni di direzione esecutiva è occupato da uomini,  e il 92,5 percento delle posizioni meglio remunerate è occupato da uomini. Eppure, <a href="http://www.forbes.com/sites/forbeswomanfiles/2011/12/19/for-companies-it-pays-to-have-women-on-the-board/">una ricerca</a> condotta nel 2008 ha mostrato che le aziende che avevano tre o più donne nei loro consigli di amministrazione ottenevano risultati nettamente migliori di quelle che non ne avevano nessuna: +84% di vendite, +60% di <em>return on investment</em> e +46% di quote di capitale.<br />
</br><br />
È importante ribadire che questi dati si riferiscono tutti a <a href="http://hbr.org/2010/09/why-men-still-get-more-promotions-than-women/ar/1">ricerche</a> condotte negli Stati Uniti, uno dei paesi che siamo giustamente abituati a guardare come modello quando si parla di diritti e di civiltà. Anche in un paese civile e evoluto come quello siamo evidentemente lontani dalla parità di diritti. Partiamo da questi dati allora e lasciamo da parte le &#8220;sostanziali differenze caratteriali&#8221;, che ovviamente ci sono ma che non sono la causa della marginalità delle donne nel mondo del lavoro. Il rimedio per la povertà ha un nome, diceva Christopher Hitchens, si chiama<em> empowerment of women</em>: dare potere alle donne.</p>
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		<title>Il dio spread non esiste</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 22:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Siccome in giro c&#8217;è ancora chi continua a parlare di politica asservita al dominio dei tecnocrati e dei mercati, chiariamo una cosa: la caduta del governo Berlusconi è avvenuta in Parlamento ed è stata un evento politico a determinarla: i 308 voti alla Camera di martedì 8 novembre. Il fatto che ci si sia arrivati anche in virtù di un progressivo indebolimento del governo legato alle sua mancanza di credibilità rispetto alla crisi europea e ai mercati non vuol dire che quel voto abbia avuto per questo un valore politico meno rilevante. Pensare che la politica non debba avere responsabilità economiche <a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/09/il-bisogno-di-visione-politica/">non ha senso</a> in una democrazia moderna. Che poi sarebbe stato meglio arrivarci in un altro modo non ci sono dubbi. Ma da qui a dire che siamo tutti ricattati dal dio spread ce ne corre.</p>
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		<title>Mai più</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 19:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il primo ricordo che ho della politica italiana sono le monetine contro Craxi al Raphael di Roma. Avevo undici anni ed era la prima volta che associavo la parola politica a qualcosa di concreto. L&#8217;anno dopo Berlusconi vinse le elezioni. E da allora la politica italiana non è stata altro che quello. Per questo mi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo ricordo che ho della politica italiana sono le <a href="http://www.ilpost.it/2011/03/31/la-volta-delle-monetine-a-craxi/">monetine contro Craxi</a> al Raphael di Roma. Avevo undici anni ed era la prima volta che associavo la parola politica a qualcosa di concreto. L&#8217;anno dopo Berlusconi vinse le elezioni. E da allora la politica italiana non è stata altro che quello. Per questo mi fanno ridere quelli che oggi dicono che non c&#8217;è molto da festeggiare, che un governo tecnico che duri sei mesi o un anno non è poi questo granché, che altre volte è successo, eccetera eccetera. Lo sappiamo che altre volte è successo, lo sappiamo che non c&#8217;è molto da stare allegri per come sono messe le cose. Non è questo il punto. Il punto è che per tutti quelli nati come me negli anni Ottanta, per tutti quelli che come me hanno conosciuto la politica prima con Tangentopoli e poi con Berlusconi, questa è la prima volta che la politica diventa una possibilità. Per questo stasera siamo così inquieti. Non siamo tra quelli che hanno voglia di tirare monetine. Siamo tra quelli che vogliono <a href="http://www.francescocosta.net/">posare le armi e ricostruire</a>. L&#8217;Italia finalmente sarà quello che noi decideremo di farne. Ora non ci sono più scuse.</p>
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