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	<title>Elena Favilli</title>
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		<title>L&#8217;errore di Apple</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Jan 2012 20:47:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Se c&#8217;è una cosa che il tanto atteso evento Apple di New York ha chiarito definitivamente è che il futuro dell&#8217;educazione non sarà nei libri di testo. La scuola non sta più da un pezzo nel modello della lezione frontale, e tutte quelle luccicanti copertine di Pearson e McGraw Hill incorniciate dall&#8217;iPad ne sono state l&#8217;ignaro e potentissimo suggello. Certo, i libri digitali peseranno meno sulle spalle degli studenti. Ma non basterà qualche contenuto multimediale in più a riportare la scuola nell&#8217;unico orizzonte in cui può tornare ad avere un senso, la rete. <span id="more-887"></span><br />
</br><br />
<em>Internet ha proiettato fuori dalle mura scolastiche tutte le discipline del sapere, e continuare a tentare di incorniciarle dentro metodi di apprendimento già superati non potrà portare molto lontano. Apple non ha indicato il futuro questa volta. Gli insegnanti che con la rete già lavorano lo sanno bene. Mai come oggi c&#8217;è stata una tale quantità disponibile di contenuti per imparare. E il problema di chi insegna non è avere modi più semplici per pubblicarli &#8211; quello semmai è un problema degli editori &#8211; ma avere un modo più semplice per trovarli, riconoscerne la qualità e poi condividerli. Daniel Donahoo <a href="http://www.wired.com/geekdad/2012/01/apple-edtech/?utm_source=feedburner&amp;utm_medium=feed&amp;utm_campaign=Feed%3A+wiredgeekdad+%28Blog+-+GeekDad%29">ha spiegato</a> questo problema su Wired con un esempio molto efficace.</em><br />
</br><br />
Se stai cercando nuova musica, giochi, video o altre forme d&#8217;intrattenimento che sono guidate principalmente dai gusti individuali, allora il potere della folla funziona sicuramente molto bene. Funziona bene sull&#8217;iTunes Store per tutto ciò che riguarda i contenuti pop, per esempio. Non funziona per niente, però, per tutti quei contenuti che si basano su un livello di conoscenza e competenza più alto. Aree come l&#8217;educazione e la salute, che sono di estrema importanza per tutta la popolazione ma di cui pochi non tutti hanno conoscenze adeguate, richiedono qualcosa di più della folla per prendere decisioni basate sulla qualità. L&#8217;educazione non è il tipo di attività che vorresti vedere diretta da una gara di popolarità. Ma un rating system come quello dell&#8217;App Store non è altro che questo. Che cosa succede se la maggioranza delle persone non hanno sufficiente conoscenza dei problemi e delle necessità di apprendimento dei bambini tra i 6 e i 15 anni? Come possono valutare il reale valore educativo di una app se non hanno una reale competenza nel campo dell&#8217;apprendimento digitale?<br />
</br><br />
Di strumenti per pubblicare contenuti siamo già pieni. Quello che manca è un modo per capire, in settori cruciali come quello dell&#8217;educazione, quali sono quelli di cui fidarsi. La content curation ha già dimostrato di funzionare molto bene nel giornalismo, dove il proliferare di contenuti di ogni tipo ha costretto i giornalisti a trasformarsi prima di tutto in designer, dj delle notizie. Ora è l&#8217;educazione il campo in cui più ce n&#8217;è bisogno. Oggi gli insegnanti devono trasformarsi da detentori di un corpus di nozioni stabilite e rigidamente divise in discipline in esploratori, aggregatori, co-produttori di conoscenza. Devono spezzare il nesso rigido e deterministico tra l&#8217;informazione erogata (il testo, la lezione) e l&#8217;informazione richiesta (il compito, l&#8217;interrogazione), come <a href="http://www.ilpost.it/2011/11/29/la-scuola-secondo-marco-rossi-doria/">dice</a> Marco Rossi Doria. Devono diventare dj.</p>
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		<title>Diamo il potere alle donne</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Jan 2012 11:10:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Le particelle elementari]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un grande bisogno di tornare a parlare seriamente dei diritti delle donne in Italia, dopo anni in cui il berlusconismo ha ridotto tutto a Olgettine sì/Olgettine no. Per questo mi ha fatto molto piacere leggere l&#8217;articolo di <a href="http://www.ilpost.it/riccardoluna/2012/01/07/ce-chi-dice-che-le-donne-non-sono-adatte-a-fare-startup-dimostriamogli-che-sbaglia/">Riccardo Luna</a> sul rapporto tra donne e startup. È un modo concreto per tornare a parlarne, in un campo lontano anni luce dal ring a cui ci eravamo abituati. Mi è dispiaciuto molto però che l&#8217;articolo citasse come unica fonte <a href="http://blog.startupcompass.co/defining-the-x-chromosome-the-dna-of-women-le">una ricerca</a> di dubbia validità scientifica, che mette al centro dei suoi risultati alcuni dei più diffusi luoghi comuni sul rapporto tra donne e lavoro. Le donne hanno una minore propensione al rischio, non pensano abbastanza in grande, si fanno più problemi a chiedere soldi, sono più sincere e ovviamente rischiano di restare incinte. Ne approfitto quindi per fare un po&#8217; di chiarezza su un tema che mi sta particolarmente a cuore.</p>
<p><span id="more-879"></span></p>
<p>Se le donne sono ancora ai margini del mondo delle startup, in Italia come nel resto del mondo, è perché sono ancora ai margini del mercato del lavoro <em>tout court</em>.  E questo non per &#8220;sostanziali differenze caratteriali&#8221;,  ma per discriminazioni connaturate al mercato del lavoro e della società in cui vivono, e di cui le startup semplicemente sono parte. Molte donne che si considerano realizzate e di successo, e molti uomini che considerano le battaglie i diritti delle donne cosa scontata, troveranno queste precisazioni velleitarie e degne di un&#8217;alzata di spalle. Ma i diritti delle donne non sono per niente scontati, in quasi nessun luogo del mondo. E se si vuole tornare a parlare di queste cose perché finalmente qualcosa cambi, è necessario farlo partendo da dati reali e non da luoghi comuni. Ne elenco di seguito alcuni, tutti tratti da ricerche condotte negli ultimi anni da <a href="http://www.catalyst.org/">Catalyst</a>, uno dei più autorevoli istituti americani no profit che dal 1962 si occupa del rapporto tra donne e lavoro. Sarò felice di allargare l&#8217;articolo ad altri dati che mi vorrete segnalare.<br />
</br><br />
<strong>Le donne non mancano di ambizione.</strong> Le donne <a href="http://www.forbes.com/sites/forbeswomanfiles/2012/01/06/the-myth-of-the-ambition-gap/">aspirano</a> tanto quanto gli uomini a diventare amministratori delegati di un&#8217;azienda. Solo che si scontrano con ostacoli strutturali che ne rallentano la carriera e le fanno guadagnare molto meno degli uomini. Il fatto che a un certo punto decidano di accontentarsi del livello raggiunto non può quindi essere considerata mancanza di ambizione, ma una risposta razionale ad ambienti di lavoro inospitali e costruiti per favorire soltanto gli uomini. Ecco alcuni dei dati con cui <a href="http://www.catalyst.org/blog/take-5/take-5-the-pay-gap">la ricerca</a> pubblicata da Forbes giunge a questa conclusione:<br />
</br><br />
1. Le donne con un MBA in media guadagnano in media 4,600 dollari in meno rispetto ai loro colleghi maschi al primo lavoro ottenuto.<br />
</br><br />
2. A parità di qualifiche, esperienze e risultati, gli uomini ottengono promozioni molto più rapidamente rispetto alle donne.<br />
</br><br />
3. Gli stipendi degli uomini crescono molto più rapidamente di quelli delle donne, incrementando progressivamente il gap avviato dalla prima assunzione.<br />
</br><br />
4. Nel 2008, nel campione considerato dalla ricerca, a ogni promozione è corrisposto un aumento del 21 percento nello stipendio degli uomini, del 2 percento in quello delle donne.<br />
</br><br />
<strong>Le aziende che hanno più donne in ruoli di leadership hanno migliori risultati.</strong><br />
Ogni anno Forbes fa l&#8217;elenco delle 500 migliori aziende americane. Di queste, nel 2011, l&#8217;83,9 percento delle posizioni nei consigli di amministrazione è occupato da uomini, l&#8217;85,1 percento delle posizioni di direzione esecutiva è occupato da uomini,  e il 92,5 percento delle posizioni meglio remunerate è occupato da uomini. Eppure, <a href="http://www.forbes.com/sites/forbeswomanfiles/2011/12/19/for-companies-it-pays-to-have-women-on-the-board/">una ricerca</a> condotta nel 2008 ha mostrato che le aziende che avevano tre o più donne nei loro consigli di amministrazione ottenevano risultati nettamente migliori di quelle che non ne avevano nessuna: +84% di vendite, +60% di <em>return on investment</em> e +46% di quote di capitale.<br />
</br><br />
È importante ribadire che questi dati si riferiscono tutti a <a href="http://hbr.org/2010/09/why-men-still-get-more-promotions-than-women/ar/1">ricerche</a> condotte negli Stati Uniti, uno dei paesi che siamo giustamente abituati a guardare come modello quando si parla di diritti e di civiltà. Anche in un paese civile e evoluto come quello siamo evidentemente lontani dalla parità di diritti. Partiamo da questi dati allora e lasciamo da parte le &#8220;sostanziali differenze caratteriali&#8221;, che ovviamente ci sono ma che non sono la causa della marginalità delle donne nel mondo del lavoro. Il rimedio per la povertà ha un nome, diceva Christopher Hitchens, si chiama<em> empowerment of women</em>: dare potere alle donne.</p>
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		<title>Il dio spread non esiste</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 22:06:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Siccome in giro c&#8217;è ancora chi continua a parlare di politica asservita al dominio dei tecnocrati e dei mercati, chiariamo una cosa: la caduta del governo Berlusconi è avvenuta in Parlamento ed è stata un evento politico a determinarla: i 308 voti alla Camera di martedì 8 novembre. Il fatto che ci si sia arrivati anche in virtù di un progressivo indebolimento del governo legato alle sua mancanza di credibilità rispetto alla crisi europea e ai mercati non vuol dire che quel voto abbia avuto per questo un valore politico meno rilevante. Pensare che la politica non debba avere responsabilità economiche <a href="http://www.ilpost.it/marcosimoni/2011/11/09/il-bisogno-di-visione-politica/">non ha senso</a> in una democrazia moderna. Che poi sarebbe stato meglio arrivarci in un altro modo non ci sono dubbi. Ma da qui a dire che siamo tutti ricattati dal dio spread ce ne corre.</p>
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		<title>Mai più</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 19:49:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il primo ricordo che ho della politica italiana sono le <a href="http://www.ilpost.it/2011/03/31/la-volta-delle-monetine-a-craxi/">monetine contro Craxi</a> al Raphael di Roma. Avevo undici anni ed era la prima volta che associavo la parola politica a qualcosa di concreto. L&#8217;anno dopo Berlusconi vinse le elezioni. E da allora la politica italiana non è stata altro che quello. Per questo mi fanno ridere quelli che oggi dicono che non c&#8217;è molto da festeggiare, che un governo tecnico che duri sei mesi o un anno non è poi questo granché, che altre volte è successo, eccetera eccetera. Lo sappiamo che altre volte è successo, lo sappiamo che non c&#8217;è molto da stare allegri per come sono messe le cose. Non è questo il punto. Il punto è che per tutti quelli nati come me negli anni Ottanta, per tutti quelli che come me hanno conosciuto la politica prima con Tangentopoli e poi con Berlusconi, questa è la prima volta che la politica diventa una possibilità. Per questo stasera siamo così inquieti. Non siamo tra quelli che hanno voglia di tirare monetine. Siamo tra quelli che vogliono <a href="http://www.francescocosta.net/">posare le armi e ricostruire</a>. L&#8217;Italia finalmente sarà quello che noi decideremo di farne. Ora non ci sono più scuse.</p>
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		<title>Turn the world around</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 09:55:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il trailer di TEDxAmsterdam, con cento danzatori del Dutch National Ballet. L&#8217;idea è di We are Pi e 328 Stories. La musica di Pigeon Horse Sex Tennis, cantata da un sacco di bambini di Amsterdam.


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il trailer di <a href="http://www.tedxamsterdam.com/2011/a-nation-united-ideas-united-the-tedxamsterdam-2011-trailer/">TEDxAmsterdam</a>, con cento danzatori del<em> <a href="http://www.het-ballet.nl/">Dutch National Ballet</a>. </em>L&#8217;idea è di <a href="http://wearepi.com/">We are Pi</a> e <a href="http://328stories.com/">328 Stories</a>. La musica di <a href="https://www.facebook.com/pages/Pigeon-Horse-Sex-Tennis/72814414145">Pigeon Horse Sex Tennis</a>, cantata da un sacco di bambini di Amsterdam.</p>
<p></br></p>
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		<title>Somari</title>
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		<pubDate>Fri, 28 Oct 2011 11:09:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>In questi giorni sono stata ai Filodrammatici a vedere <a href="http://www.teatrofilodrammatici.eu/website/?page_id=58">Somari</a>. Era dai tempi del Grande Meaulnes &#8211; e avevo 16 anni &#8211; che una storia sull&#8217;adolescenza non mi emozionava così tanto. Raccontare chi ha 16 anni è cosa quasi impossibile per definizione, e invece Somari ci riesce con una grazia e un&#8217;intensità che non si può fare a meno di commuoversi. Resta in scena fino a domenica, andate a vederlo.</p>
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		<title>Il colonnello Gheddafi</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2011 20:31:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 23 ottobre 1969 il colonnello Muammar Gheddafi era al potere in Libia da poco più di un mese. Il giornalista francese Raymond Girard fu il primo a intervistarlo. «Siamo una sola nazione, un solo popolo. Il nostro destino è uno solo. Non c&#8217;è alcun bisogno di dittatori». Aveva 27 anni.


]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 23 ottobre 1969 il colonnello Muammar Gheddafi era al potere in Libia da poco più di un mese. Il giornalista francese Raymond Girard fu il primo a intervistarlo. «Siamo una sola nazione, un solo popolo. Il nostro destino è uno solo. Non c&#8217;è alcun bisogno di dittatori». Aveva 27 anni.</p>
<p></br></p>
<p><iframe width="420" height="315" src="http://www.youtube.com/embed/UJ8ghIYzYm8" frameborder="0" allowfullscreen></iframe></p>
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		<title>Timbuktu</title>
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		<pubDate>Sun, 16 Oct 2011 13:41:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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Timbuktu è la prima rivista per bambini progettata per iPad. Unisce tecnologia e immaginazione per raccontare notizie e storie attraverso i più avanzati strumenti dell&#8217;educazione. È stata recensita da Mashable, Wired, PBS, Internazionale e molte altre testate in giro per il mondo.
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-820" src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2011/10/timbuktu2.jpg" alt="" width="880" height="398" /></p>
<p>Timbuktu è la prima rivista per bambini progettata per iPad. Unisce tecnologia e immaginazione per raccontare notizie e storie attraverso i più avanzati strumenti dell&#8217;educazione. È stata recensita da Mashable, Wired, PBS, Internazionale e molte altre testate in giro per il mondo.</p>
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		<title>Il Post</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Oct 2011 14:01:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Il Post è la testata online diretta da Luca Sofri. È un giornale online, un superblog, un aggregatore di notizie e storie di attualità. È il primo esempio italiano del modello di informazione che è divenuto prevalente negli Stati Uniti: raccolta, scelta e spiegazione di tutto quello che succede e viene raccontato dentro e fuori dalla rete, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-822" src="http://www.elenafavilli.com/wp-content/uploads/2011/10/post.jpg" alt="" width="880" height="398" /></p>
<p>Il Post è la testata online diretta da Luca Sofri. È un giornale online, un superblog, un aggregatore di notizie e storie di attualità. È il primo esempio italiano del modello di informazione che è divenuto prevalente negli Stati Uniti: raccolta, scelta e spiegazione di tutto quello che succede e viene raccontato dentro e fuori dalla rete, senza aggiunte superflue di notizie che non lo sono, di parole che non servono, di informazioni inattendibili.</p>
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		<title>Sferracavalli</title>
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		<pubDate>Tue, 16 Aug 2011 12:40:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Favilli</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;è un cinema abbandonato nella provincia orientale di Taranto che stasera riaprirà per la prima volta al pubblico dopo trent&#8217;anni. E c&#8217;è un paese intorno a quel cinema che sta provando a guardare agli immigrati in un modo nuovo. A Lizzano stasera inizia <a href="http://www.sferracavalli.com/">Sferracavalli</a>, un festival internazionale di teatro che ogni anno a partire da oggi sarà dedicato ai paesi più rappresentati nel territorio come numero di immigrati. Questa prima edizione è dedicata alla Romania e ha portato in paese tre compagnie di attori, danzatori, musicisti e drammaturghi. E venti volontari, tutti ospiti delle famiglie lizzanesi e arrivati da ogni parte del mondo (India, Nuova Zelanda, Australia, Austria, Inghilterra, Spagna). Se uno non c&#8217;è mai stato a Lizzano tutto questo forse potrebbe non sembrare così sorprendente. Ma Lizzano è un paese di diecimila abitanti in una delle province più dimenticate della Puglia, da tempo rassegnata a pensarsi periferia economica, politica, culturale e sociale. Un posto dal quale andare via al più presto. In questi giorni invece c&#8217;è un sacco di gente a Lizzano. E le richieste per i biglietti degli spettacoli sono già il doppio della capienza del cinema. Chi ancora pensa che il teatro non possa cambiare niente, dovrebbe venire a vedere quello che sta succedendo a Lizzano in questi giorni.</p>
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